DYLAN DOG – IL FILM: La recensione in anteprima

 
"L'incubo dell'Indagatore"
 
 
 

Dylan Dog - Il film: LocandinaMettiamo subito in chiaro una cosa. Qualcosa di evidente e lampante fin dai primi rumors che si sono susseguiti a riguardo (QUI, QUI, QUI e QUI): gli americani non potranno mai realizzare con fedeltà e cura l'universo creato da Tiziano Sclavi. Non ce la possono fare. Hanno una visione dell'intrattenimento troppo marchiana per i fini palati degli appassionati del fumetto.
Fatta questa doverosa premessa (nella quale la metà dei lettori avranno sicuramente deciso di evitare di leggere il resto dell'analisi), cominciamo a parlare di questo film su Dylan Dog.

 
Un trafficante d'opere d'arte viene brutalmente ucciso da una creatura immonda nel suo studio. Al fine di far luce sull'accaduto, sua figlia Elizabeth decide di contattare Dylan Dog, un investigatore privato dal passato burrascoso. La dinamica del caso, però, induce l'uomo a rifiutare inspiegabilmente l'incarico. Un imminente e tragico evento gli farà cambiare idea.

 
Dylan Dog lostPrendete i sobborghi di Londra, Groucho, il maggiolino bianco e l'Ispettore Bloch. L'aria sobria di Dylan, i rempentini cambiamenti di scenari, le atmosfere lovercraftiane, la paura e l'amore. Jenkins, Xabaras, il campanello che urla, il galeone mai completato. Prendete tutti questi elementi e toglieteli da questa pellicola. Quello che resta dell'immane razzìa compiuta dai pessimi sceneggiatori e dai diritti di copyright, rappresenta il mondo di Dylan Dog secondo Kevin Monroe. Il regista canadese, il cui unico precedente lavoro all'attivo era stato il film d'animazione sulle nuove Tartarughe Ninja, ripulisce l'indagatore dell'incubo della sua tipica ironia fumettistica e lo inserisce nel contesto "cool" di una New Orleans tutt'altro che spettrale. Qui i vampiri sono dei modaioli sciupafemmine, gli zombie si mimetizzano (?!) tra la gente e i licantropi fondano società segrete in mattatoi di famiglia.

 
In questo contesto, già di per sè discutibile, trova vita fertile una sceneggiatura imbarazzante ed inconsistente quasi quanto i dialoghi iniziali tra Dylan ed Elizabeth. C'è da dire, infatti, che le uniche scene in cui la pellicola sembra funzionare sono quelle in cui l'ironia la fa da padrona.  Quando tutti sembrano prendersi troppo sul serio, invece, il film e tutto ciò che lo struttura riesce comunque a far ridere, stavolta per la banalità di quanto proposto. Le eccessive spiegazioni poco chiarificatrici e la multitudine di inutili scene riempitive e poco legate tra loro, inoltre, contribuiscono a far precipitare il valore della pellicola.

 
DYD SclaviNemmeno le interpretazioni riescono a distinguersi positivamente in questo lavoro da bocciare quasi in toto. La scelta del cast, soprattutto di Brandon Routh, risulta essere totalmente inaccettabile. Un Dylan Dog tanto inespressivo, poco uomo e tanto ragazzino con canotta e muscoli a supporto, non si era mai visto. Vederlo, poi, combattere in stile "Uomo di gomma" e ritrovarlo integro, senza nemmeno un graffio, è davvero troppo.

 
Insomma, cosa salviamo di questo film su Dylan Dog? Poco, pochissimo. Volendo scavare davvero il fondo del barile troviamo positive le (poche) citazioni al fumetto (il clarinetto, il tributo a Groucho in una foto di carnevale, quello a Sclavi, la Craven Road e qualche esclamazione che, probabilmente, è stata introdotta solo nel nostro doppiaggio) e il mix tra horror e ironia.

 
Per concludere, Dylan Dog – Il film si presenta come il più puro dei prodotti commerciali volto a sfruttare (malamente) il nome di un mito. L'unica cosa che potrebbe rivalutare questo scempio è farne un seguito in cui tutto viene stravolto e spiegato meglio. E, magari, scritto da gente davvero in gamba come gli sceneggiatori del fumetto. 


Punti di forza:  Il mix tra ironia ed horror; le poche citazioni al Mito
 
Punti deboli:
  La totale assenza di personalità di Dylan; la mancata visione fumettistica; i dialoghi imbarazzanti; i combattimenti da supereroi; gli interpreti; il mancato spessore della trama; l'inutilità di alcune sequenze; le pseudo-spiegazioni fuovianti
 

NESSUNO MI PUO’ GIUDICARE: Recensione in anteprima

 “Il lavoro nobilita la donna”

Nessuno mi può giudicare: PosterCosa succederebbe se una donna ricca e snob finisse catalpultata improvvisamente in un quartiere abitato da extracomunitari e da rozzi coatti? Il soggetto di Nessuno mi può giudicare, tanto semplice quanto inflazionato, è tutto in questo quesito.
Trattato in più di un’occasione con varianti più o meno incisive (Il principe e il povero e Una poltrona per due sono solo due degli esempi da citare), il tema del declino di classe è qui affrontato in chiave ironica attraverso una raffigurazione della società odierna composita da distinti strati che ne diversificano le componenti.

Sullo scenario di una Capitale polietnica, la vita di Alice (Paola Cortellesi) scorre priva di preoccupazioni, tra un ricevimento da organizzare e domestici da richiamare. L’improvvisa morte del marito (Dario Cassini) e la conseguente scoperta di un buco finanziario ai suoi danni lasciano la donna e suo figlio di nove anni (Giovanni Bruno) senza casa e con la necessità di saldare il debito. Armati di poche valigie e tanta disperazione decidono, quindi, di prendere in affitto un “attico” alla periferia di Roma, nel palazzo gestito dal portiere Lionello (Rocco Papaleo) e nei pressi del call-center gestito da Giulio (Raoul Bova).

Il regista Massimiliano Bruno, all’esordio dietro la macchina da presa, porta in scena le tante verità di un’Italia ambigua e subdola in cui i valori di un tempo lasciano spazio alle facili opportunità di un sistema vizioso e sregolato. Pur dotato di un tratto caricaturale tipico della commedia, il film mostra numerosi aspetti del disagio attuale del Bel Paese (e non solo): razzismo ed emarginazione, ma anche sfruttamento del proprio corpo ed appropriamenti indebiti di denaro pubblico, sono gli spunti di riflessione che la pellicola espone dinnanzi allo spettatore tra una battuta e un siparietto sexy.

Buona la prova della Cortellesi, duttile come sempre, mentre risulta meno a suo agio Bova nei panni giovanili del burino dal cuore giallorosso. Completano il cast gli irresistibili Rocco Papaleo e Lillo di Lillo e Greg, Anna Foglietta e Lucia Orcone. Tre i camei regalati: quello di Fausto Leali nelle vesti di sè stesso, di Valerio Mastandrea (è un cliente delle escort), e dello stesso regista.

Malgrado le note positive citate, purtroppo la pellicola non riesce a strappare più della sufficienza. Abbiamo già detto che la storia, pur trattando i temi già elencati, si mantiene su livelli scanzonati ed allegri che non dispiacciono. Ciò che non appare congeniale, invece, è l’eccesso di patetismo in cui finiscono alcune sequenze in cui, oltre a mostrare una bravissima Cortellesi in situazioni drammatiche, poco legano con il contorno umorale del film.
Ad abbassare ulteriormente la media voto è, inoltre, la storia d’amore tra i due protagonisti che sembra essere nient’altro che un clone delle innumerevoli commedie americane in cui due persone, agli antipodi tra loro, finiscono irrimediabilmente insieme ed autori di gesti impensabili (Es. Notte brava a Las Vegas e Amore e altri rimedi).

Per finire, diciamo che Nessuno mi può giudicare è una deliziosa e frizzante commedia di denuncia sui vizi e pregiudizi dei giorni nostri. L’eccessivo buonismo e la trama non orginale, però, ne pregiudica il risultato finale, riducendo il potenziale della pellicola.

 Nessuno mi può giudicare sarà nelle nostre sale da mercolerdì 16 marzo.
 

Punti di forza:  Il ritmo allegro e divertente; la denuncia lanciata alla società odierna; la prova generale degli attori, Papaleo e Cortellesi in primis 

Punti deboli: La poca originalità del soggetto;  l’eccessivo patetismo di certi frangenti 

HOLY WATER: La recensione in anteprima

“Il confuso Grande Puffo e l’acqua dei miracoli”

Holy Water PosterNella serata di chiusura del carnevale, nonchè celebrazione dell’universo femminile, ho deciso di puntare sulla visione in anteprima di un titolo poco pretenzioso ma dotato, sulla carta, di un potenziale notevole. Sono finito, quindi, col vedere il britannicoHoly Water.

Per gli abitanti della sonnacchiosa cittadina di Killcoulin’s Leap, nel nord dell’Irlanda, la vita scorre senza sussulti, tra una tazza di the e una liturgia religiosa. Sono pochi i momenti di svago in questo posto privo di banche e, soprattutto, di materia prima femminile. I quattro componenti di un gruppo rock locale, dopo l’ennesimo concerto presenziato esclusivamente da coppie ultrasettantenni, decide di mettere a segno un piano e dare una svolta alle proprie esistenze. Un’intuizione illuminante li induce a rubare un carico di Viagra con lo scopo di esportarlo ad Amsterdam. Ovviamente, non tutto filerà liscio.

Un film come Holy Water trasuda Irlanda in ogni suo aspetto: dal cast agli arredi, dai costumi ai (verdissimi) scenari. Il regista Tom Reeve, produttore televisivo con pochi precedenti in termini direttivi, imprime il marchio britannico alla pellicola, ricoprendola di umorismo controllato e situazioni bizzarre ma, soprattutto, evitando di scadere nel volgare e di inoltrarsi nell’infimo territorio della gag-scenetta frivola tipica dei Cinepanettoni nostrani. Nel caso specifico, tuttavia, questo tipo di ironia si rivela essere meno incisivo di quanto la comicità italiana (e non solo italiana) possa produrre. Il confronto è perso su tutta la linea, complice la mancanza di vivacità creativa degli sceneggiatori che partono da un’idea brillante per poi perdersi in un mare di inutili indecisioni. Tutto ciò che Holy Water offre allo spettatore è nel trailer di 30 secondi offerto dalla Mediterranea. Il resto è solo un contorno ripetitivo e piuttosto prevedibile del soggetto reale.

E dire che il parco-attori ce la mette tutta per tentare di far funzionare il giocattolo. Più o meno conosciuti dal pubblico in sala, John Lynch, Lochlann O’Mearain, Cornelius Clarke e Cian Barry mostrano un’ottima chimica di squadra interpretando i ruoli del pelato grassoccio, del capellone, del giovane di bell’aspetto e del duro. Purtroppo i loro personaggi sono poco approfonditi e questo finisce per disaffezionare ed allontanare l’interesse dello spettatore. Buono, invece, lo sviluppo caricaturale del personaggio dell’Ispettore Hogan (Stanley Townsend), forse l’unica vera perla all’interno della pellicola.

Volendo fare una disamina finale, dico che Holy Water è una commedia mediocre, ottima solo per immergersi nelle atmosfere celtiche. Lo svolgimento approssimativo della trama e le poche idee degli sceneggiatori fanno sì che la storia si annacqui presto nello stesso modo  in cui una pastiglia di Viagra si diluisce in un bicchiere d’acqua. 

 

Holy Water uscirà nelle sale italiane venerdì 11 marzo.

Punti di forza: L’ambientazione irlandese; la buona intesa del gruppo d’attori; pellicola che tratta il tema del sesso senza scadere nella volgarità; la mimica irresistibile dell’Ispettore Hogan


Punti deboli:
L’assoluta assenza di spessore della trama; pochi momenti divertenti; ritmo blando e senza guizzi; poca caratterizzazione dei personaggi

Citazioni:
 
Valgono quanto oro quelle pillole blu

IL CIGNO NERO

“Passione o Ossessione?”

Il Cigno NeroCasa e Teatro. Attitudine e allenamento. Perseverare per inseguire. La chiave del sogno. Nina (Natalie Portman) è una ballerina del New York City Ballet che aspira ad un ruolo importante nella nuova produzione teatrale. Vive con l’onnipresente mamma, ex ballerina, che le plagia intenzioni e carattere. Vive per la danza. E quando il direttore artistico Thomas Leroy la sceglie per interpretare il ruolo principale nella rivisitazione del celebre balletto Il Lago dei cigni, tutti i suoi sforzi sembrano essere ripagati.
Nina realizza presto, però, che nella vita non basta essere pura e leggiadra come il Cigno Bianco. La vita ti esorta a cacciar fuori il carattere e ad abbandonare le debolezze, a mostrare il Cigno Nero da sempre represso. Comincia, così, la sua metamorfosi.

Darren Aronofsky approda nel mondo della danza e ne smuove i luccichii di facciata attraverso un ritratto cupissimo, al limite della sopportazione. Il regista di Requiem for a dream e The Wrestler continua la sua rassegna sul sacrificio portando sulla scena un thriller psicologico in cui la pressione di una ballerina diviene l’espediente per spedire lo spettatore in un tunnel di tensione.
In un contesto costituito per due terzi dalle mura del teatro, la pellicola si sviluppa come in una grande opera, fondendo balletti scenici a momenti di vita privata della protagonista, accompagnati dalla costante cadenza di sinuose musiche classiche. Qui trova fondamentale importanza l’oculato utilizzo dei colori e la continua contrapposizione di luci ed ombre. Durante la quasi totalità de Il cigno nero trovano alternanza continua gli sfondi bicromatici più estremi: il bianco, insieme di tutti i colori luminosi, e il nero, notoriamente definito come l’assenza di tutti i colori di luce, entrambi presenti in tutti i dettagli della pellicola, dalle pareti alle tute, dalle fascie alle sciarpe. Bianco e nero come Bene e male, come due facce della stessa medaglia posta sull’orlo di un piano d’appoggio instabile.

Nina dance - Black SwanUn’instabilità emotiva che rappresenta la prerogativa principale nell’interpretazione di un’immensa Natalie Portman. La prova maiuscola, a tratti coraggiosa, dell’attrice di origini israeliane è, infatti, la qualità più grande che questa pellicola possa vantare. Come dimostra la sua presenza su tutti i fotogrammi de Il cigno nero, la Portman è assoluta protagonista della scena e, come Nina finisce col fondersi con il cigno che rappresenta sul palco, così la bellissima Natalie si immedesima completamente nel fragile personaggio che interpreta al punto tale da meritare (entrambe) il raggiungimento del rispettivo agognato alloro.
Il resto del cast, pertanto, finisce per diventare inevitabilmente un elemento di contorno tutt’altro che trascurabile. Vincent Cassel è impeccabile nel ruolo del direttore artistico, e dimostra una presenza scenica importante, fredda e plumbea come il personaggio richiede. Buono anche lo squilibrio tentatore creato da Lily, l’amica di Nina interpretata da una bella e dannata Mila Kunis, mentre un’inedita Winona Ryder ci mostra, in una sorta di cameo, il suo senso di inquietudine perpetuo e consumato. Da menzionare, infine, l’ottima scelta nell’affidare il ruolo della madre di Nina a Barbara Hershey, stessi occhi profondi e stesso viso tormentato della Portman.

Tornando all’operato di Aronofsky, ammettiamo che, così come successo per The Wrestler, anche ne Il cigno nero abbiamo trovato piuttosto discutibile l’uso eccessivo della telecamera da spalla. Sebbene nell’ultimo lavoro questa tecnica risulti più funzionale alla storia e al genere trattato, le scene che ritraggono una Nina continuamente inseguita dalla mezzo cinematografico ha dato, in certi frangenti, una fastidiosa sensazione di stalking.

Finiamo col dire che Il cigno nero è un eccelso lavoro, in linea con il passato del regista, il cui valore viene però quintuplicato dall’intensa prova della Portman. Una vicenda tormentata ed inquietante sul mondo della danza dove la pace di protagonista e spettatore viene raggiunta soltanto sugli sfocati titoli di coda.

Punti di forza: Una Natalie Portman da Oscar; il resto del cast eccellente; l’accurata distribuzione in scena dei colori 

Punti deboli: Nessuno rilevante, anche se la telecamera da spalla spesso non va giù

Se ti è piaciuto, potrebbe piacerti anche:

    – The Wrestler

AMORE & ALTRI RIMEDI

“Nella buona e nella cattiva sorte”

Amore & altri rimedi1996. Jamie è un brillante e carismatico commesso di un negozio di elettronica, decisamente più fortunato con le donne che in ambito lavorativo. Licenziato, e con una famiglia pronta a deridere il suo anticonformismo, finisce col diventare un rappresentante di prodotti farmaceutici. Trovatosi a presenziare ad una visita medica nel falso ruolo di assistente, conosce Maggie, un’eccentrica ragazza affetta dal morbo di Parkinson.

Prendete due bellocci dello Star System in costante ascesa e inseriteli in un contesto composto per due terzi da momenti di puro sesso sfrenato. Aggiungete sullo sfondo una storia di emarginazione scaturita da una malattia incurabile ed avrete un’idea di che cosa vi aspetta in Amore & altri rimedi. Il regista Edward Zwick (L’ultimo samurai; Blood Diamond) attinge da una formula tanto semplice quanto inflazionata per confezionare una vicenda romantica tratta dal romanzo di Jamie Reidy sulla dubbia trasparenza dell’industria farmaceutica.

Ambientato nella seconda metà degli anni novanta, il film presenta già dalle prime battute l’atmosfera scanzonata tipica della commedia all’americana. Protagonista, al centro dell’universo, è Jamie Randall, alias Jake Gyllenhaal, commesso in grado di ottenere tutto ciò che desidera con il solo aiuto del fascino. Accompagnato dal ritmo incalzante della colonna sonora, lo stampo di questa fase iniziale si accosta a titoli come Cruel Intentions ed Hitch. Apparentemente, niente di particolarmente innovativo, quindi.
Le cose cambiano quando sulla scena si presenta Maggie (Anne Hathaway), ragazza disinibita che non nasconde la propria ossessione (o meglio, la propria dipendenza) per il sesso. La sequenza gratuita del seno al vento diventa un’apripista per la coppia che altro non aspettava se non dare sfogo ai propri ormoni in fermento. Da qui, la pellicola inizia ad assumere dei contorni più forti, richiamando talvolta Ultimo tango a Parigi di Bertolucci, e disseminando continue scene di nudo all’interno della storia.

Amore & altre droghe: Gyllenhaal e HathawayIn questo contesto turbolento, i due protagonisti mostrano un’ottima alchimia, memori dell’esperienza comune acquisita ne I segreti di Brokeback Mountain. Entrambi terribilmente sexy, mettono in piedi una prova positiva, dando l’idea di essere davvero fatti l’uno per l’altra. Gyllenhaal, in particolare,  conferma la sua crescita, dimostrando di potersi misurare in ruoli diversi col medesimo soddisfacente risultato.
Buono il lavoro del resto del cast, con menzione speciale per Josh Gad, giovane comprimario dalle movenze macchiettistiche alla Jack Black, perfetto nel vestire i panni dello sfigato mollato dalla moglie.

Invidiabile e gradevole la colonna sonora, con suoni che spaziano dai Fleetwood Mac ai Fatboy Slim, dal rock al chillout. Un elemento tutt’altro che tralasciabile nel computo finale delle virtù di questo Amore & altri rimedi.

Amore e altri rimedi: Due, invece, le note di demerito, una delle quali da far recapitare alla direzione generale della Medusa. Il cambiamento di titolo (l’originale è Love and other drugs) finisce, ancora una volta, con lo snaturare l’essenza del film in cui l’amore viene visto come una dipendenza a cui ricorrere per far fronte alle difficoltà della vita.
Il secondo pollice verso è per il montaggio non eccelso. Di certo non un fattore essenziale per la buona riuscita di una pellicola, ma per alcuni risulta fondamentale. Non a caso, un montaggio approssimativo limita parecchio il trasporto scenico per lo spettatore più attento.

Sebbene mostri alcune astuzie degne del Made in USA, come i dialoghi veloci ed inverosimili e l’effetto neve durante l’abbandono, Amore & altri rimedi riesce ad intrattenere come poche pellicole in questo periodo. Senza mai annoiare, miscela a dovere momenti romantici ad altri comici, ricordandosi sempre di essere commedia, ed evitando di scadere nel melenso. Se non, forse, nel finale.

Punti di forza: Il buon lavoro della coppia protagonista; il ritmo veloce e piacevole; la colonna sonora; la buona alternanza di momenti tragici ad altri comici 

Punti deboli: Il montaggio approssimativo; qualche americanata di troppo; troppe scene di nudo evitabili

LA VERSIONE DI BARNEY

La magistrale versione di Giamatti”

La versione di BarneyCorre, Barney. Corre senza mai fermarsi. Ha una società di produzioni televisive definite, per testuale denominazione, completamente inutili. Ha tre matrimoni alle spalle, tutti naufragati a causa della sua inclinazione al vizio e alla facile attrazione verso il gentil sesso. Ha due figli ormai cresciuti ed un padre tanto immorale quanto onesto. Ha un amico tossicodipendente. Ha una casa in montagna. Ha un cuore. Ed una valanga di ricordi e, probabilmente, di rimorsi.
E’ diventato attento, Barney. Attento alla gente, alle amicizie, a chi prova a prendersi il buono che hai ed a ricambiarlo con un sorriso di sfida. Troppi si sono approfittati di lui in passato. Ma qualcuno gli ha voluto bene davvero. Qualcuno che, nonostante tutto, continuerà a stargli accanto. Per sempre.

Chiamato ad adattare per il grande schermo l’omonimo best-seller scritto da Mordecai Richler, il regista televisivo Richard J. Lewis ne sacrifica gli elementi più cinici, dando vita ad un lavoro a metà tra la commedia all’inglese e la biografia romantica. Benchè si possa discutere su una durata alla lunga un pò stancante, la storia viene raccontata con ritmo sostenuto, mediante riprese talvolta impiegate in piani sequenza dettagliati ed un accompagnamento musicale di prim’ordine curato dal napoletano Pasquale Catalano (già Nastro d’Argento per Mine Vaganti). Dialoghi frizzanti e narrazione coinvolgente, inoltre, fanno da spinta propulsiva a questa pellicola che vede tra le note di merito anche la fondamentale riuscita dell’elemento trucco, quello di Nathalie Garon, che permette ai personaggi di apparire ancor più realistici nella metamorfosi temporale lunga quarant’anni.

Giamatti ed Hoffman - La versione di BarneyPromosso anche tutto il pacchetto degli interpreti, con un Paul Giamatti sugli scudi e perfettamente calato nel ruolo dell’impulsivo Barney. L’attore (Golden Globe per questa interpretazione) sfodera una prestazione maiuscola, soffermandosi sulla personalità ambivalente del protagonista: all’apparenza forte, ma in realtà fragile, segnato dalle batoste e succube dell’alcool.
Non smentisce la sua fama Dustin Hoffman, squisito nella parte dell’ex-poliziotto nonchè padre dai modi scandalosi e genuini, mentre sorprende positivamente l’espressività disarmante della dolce e sensuale Rosamund Pike, qui nei panni di Miriam, unico vero amore di Barney. 

Unica nota stonata è la difformità di spazio che viene destinato alla caratterizzazione dei personaggi. Mentre per alcuni di loro la narrazione si sofferma a dovere, per altri, vedi Clara e Boogie, il tempo di scena è relegato a poche fugaci apparizioni. Figure che vengono sviluppate troppo poco e che spariscono troppo presto in una storia che, nel complesso, deve inevitabilmente focalizzare il suo fulcro sulla persona di Barney.

Contornato da ambientazioni splendide, La versione di Barney è una gradevole commedia sarcastica e romantica sui difetti di un uomo che, malgrado le sue cadute, riesce sempre ad ottenere il perdono.

 

Punti di forza:  La prova maiuscola di Giamatti; la regia rassicurante e minuziosa; le musiche indovinate; le ambientazioni romane   

Punti deboli: Poco spazio riservato ad alcuni personaggi; durata leggermente eccessiva

Citazioni:
 
“La sobrietà e il rammarico sono a casa che ti aspettano”

INCONTRERAI L’UOMO DEI TUOI SOGNI

 

L’erba del vicino è sempre più verde”

Incontrerai l'uomo dei tuoi sogniLondra. La vita di Helena è in totale caduta libera. Suo marito Alfie l’ha mollata e si è dato alla vita salutista, convinto di poter raggiungere il grado d’immortalità, mentre la figlia Sally è alle prese con una crisi provocata dall’incapacità di avere un figlio con quel “buono a nulla” di Roy. Cosa fare, allora, se non rivolgersi ad una cartomante per farsi predire un futuro più roseo?

L’ultimo film di Woody Allen è un lavoro dall’approccio diretto fin dall’inizio. I titoli di testa, marchio di fabbrica del regista di Brooklyn, scorrono uniformi, accompagnati dalle note del disneyano e gradevole “When You Wish Upon a Star”. Poi parla la voce fuori campo che ci fornisce un’iniziale descrizione dei protagonisti. Ed è subito chiaro al pubblico come questa gente comune abbia anche un denominatore comune: sono tutti dei perdenti e non fanno nulla (o poco) per nasconderlo. Personaggi ben caratterizzati, dalla personalità fragile ed alla ricerca di qualcosa di illusorio che possa riportare la voglia di vivere.
Anche le figure di contorno, le persone che i quattro frequentano, sono persone dal presente critico ed inclini ad aggrapparsi ad una velleitaria speranza. Gente come Greg, il capo di Sally, o Jonathan, il bibliotecario con la passione per l’occulto, appaiono prima come ancore di salvezza, per poi rivelarsi come autentici ruderi in rovina.

In questo scenario desolante, Allen prova a tirare fuori la sua solita vena ironica attraverso una sceneggiatura sorretta da dialoghi a tratti irresistibili. Si, a tratti. Perchè, per il resto, stiamo parlando di una commedia un pò sottotono con qualche guizzo illusorio (come le speranze dei personaggi), incapace di incidere sulla tenuta della pellicola. Il ritmo lento ed alcune sequenze ripetitive, come quelle relative alla storia di Helena, fanno poi il pari con l’elemento umoristico, rendendo la pellicola meno gradevole di come se l’aspetti.

Brolin e Watts nel nuovo film di Allen

Niente da rimproverare, comunque, alla tecnica registica di Allen, che resta notevole e pulita. Un lavoro impeccabile, sorretto anche da un’ottima fotografia dominata dal colore giallo, a ritrarre una Londra meno mondana del solito. L’ambientazione rigorosamente british, con tanto di pioggia e cielo plumbeo, è una delle note positive del film.

Positivo nel complesso è anche il lavoro degli attori, benchè non privo di qualche ombra. Da elogiare è, sopratutto, la prova di Josh Brolin, esemplare nel ruolo del marito dal fallimento facile, mentre Anthony Hopkins offre un’interpretazione generosa nel ruolo che ha il sapore di una citazione autobiografica per il regista. Sebbene non eccezionali, risultano buone anche le prove di Naomi Watts nel ruolo di un’infelice e nevrotica Sally e di una sempre più promettente Freida Pinto nei panni della ragazza vestita di rosso. Lucy Punch si è rivelata un’autentica sorpresa nel calarsi nel ruolo della furba Charmaine, mentre ad Antonio Banderas è stata destinata una parte che non è tanto distante dall’essere definita un cameo.
Unico personaggio vacillante è quello di Helena, interpretato dalla pur bravissima Gemma Jones che, complice uno sviluppo narrativo il più delle volte ripetitivo, finisce per non convincere pienamente.
 
Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni è un buon prodotto, stilisticamente ben girato che, però, finisce per riuscire a metà a causa di improbabili cali di ritmo e di una ciclicità stancante. Dopo il finale pessimista ed aperto, in perfetto stile Allen, le facce seccate e un pò deluse all’uscita dalla sala non erano poche. 

 

 

 
Punti di forza:  La regia di Allen è sempre un bel vedere; fotografia dai colori intensi; il “Pacchetto Cast” in stato di grazia

Punti deboli:
L’ironia latitante; le pause indesiderate; il ripetersi di alcune situazioni