THE LAST KISS

The Last Kiss - Braff Alone
 
The Last Kiss di Tony Goldwin è la trasposizione del nostrano L'ultimo bacio di Gabriele Muccino e racconta, più o meno fedelmente, la crisi esistenziale di un gruppo di amici, di una coppia di mezza età e soprattutto quella della coppia di futuri sposi, Michael (Zack Braff) e Jenna (Zacinda Barrett).

 

Secondo Braff, questo film potrebbe essere definito come il naturale progresso del suo ruolo interpretato in Garden State. Mentre nella sua precedente pellicola l'attore si era trovato alle prese con  la confusione e le difficoltà dei ventenni, in The Last Kiss affronta i problemi conseguenziali di uno dei punti di svolta della vita: il momento di creare una famiglia, mentre tutto il resto intorno è spensieratezza, libertà e divertimento.

Uno dei piatti forti della pellicola è, neanche a dirlo quando c'è di mezzo Zack Braff, rappresentato dalle musiche: Coldplay, Remy Zero, Imogen Heap, Snow Patrol sono solo alcuni dei punti cardine di una colonna sonora davvero ben assortita.
Purtroppo non sono in grado di evidenziare le differenze tra il remake e l'originale, non ricordo molto bene il film di Muccino. Posso affermare, però, come nel rifacimento americano sia evidente la tendenza a tralasciare alcuni aspetti presenti nell'originale in luogo di una trama più scorrevole ma anche più superficiale. Questo ha portato ad uno scarso ritorno degli investimenti sotto forma di incassi nei botteghini statunitensi, e questo è il principale motivo per il quale questo film non è ancora arrivato in Italia.

 

Per finire, credo che The Last Kiss possa piacere soprattutto a coloro che hanno amato La mia vita a Garden State, e a tutti quelli che non avanzano pretese di paragone tra l'originale ed il remake.

 
COLLEGAMENTI: Sito ufficiale The Last Kiss
 
  

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BORAT

BoratTRAMA: Il giornalista Borat Sagdiyev intraprende un viaggio di lavoro negli Stati Uniti, commissionato direttamente dal Governo del Kazakhstan, al fine di realizzare un documentario sullo stile di vita americano ed apprenderne i punti di forza. L’incarico affidato al giornalista kazako viene, però, messo in secondo piano quando questi si invaghisce della bella Pamela Anderson. Borat inizierà, quindi, un viaggio on the road alla ricerca della sua bagnina dei sogni.

Torna sul grande schermo il comico inglese Sacha Baron Cohen, interprete di vari personaggi (noti soprattutto al pubblico televisivo americano), tra i quali l’irriverente rapper gangster Ali G.

L’attore, realizza un finto documentario (Mockumentary), intervistando gli ignari cittadini americani e prendendo parte a diverse manifestazioni tipiche del paese a stelle e strisce. L’intento è quello di mostrare la reazione della società americana, quella dei perbenisti,  portandola all’estremo attraverso domande e comportamenti al limite della decenza e della volgarità. Tale volgarità ha portato la Censura a vietare la visione del film ai minori di 14 anni.
 

Il film, nella sua durata ridotta, ha un inizio molto buono, con un’introduzione descrittiva (ma sempre in chiave estremamente comica) del paese di nascita di Borat e di alcuni cittadini del posto, tra i quali la madre e la sorella del giornalista. Successivamente, assistiamo all’arrivo negli USA, ai tentativi (molto particolari) di presentazione da parte del giornalista e alle prime interviste. Le  differenze scaturite da questo confronto tra protagonista ed americani, rimarcate pesantemente attraverso l’evidenza dei luoghi comuni, sono la parte migliore del film.
Purtroppo, la pellicola perde notevolmente di brillantezza nella seconda parte, quando il centro della trama si sposta dal documentario alla storia della ricerca di Pamela Anderson. Mi rendo conto che il film non avrebbe potuto reggere per intero sulle interviste, ma ho trovato penalizzante e fastidioso questo cambiamento di trama.

 
 

Personalmente, ritengo che Borat possa essere tranquillamente promosso a pieni voti. Ha una comicità diversa da quella a cui siamo abituati in Italia, e questo ha indotto diversi spettatori ad abbandonare prematuramente la sala in cui ho assistito al film. Il resto degli spettatori, invece, ha inveito alla conclusione del film.
Quella sera Borat ha ottenuto davvero pochi consensi. Probabilmente, i detrattori di questa pellicola aspettavano battute in stile Boldi/De Sica. Problema di disinformazione pre-visione, direi io.

UNA NOTTE AL MUSEO

Una Notte al Museo

 

TRAMA: Larry (Ben Stiller), padre divorziato ed in difficoltà economiche, vive nel timore di perdere il figlio. L’uomo riesce ad ottenere un impiego come guardiano notturno in un museo di storia naturale.
Larry sa che questo lavoro non è il massimo. Egli sa anche che il figlio ambisce al ruolo di promotore finanziario, settore in cui opera il nuovo fidanzato della mamma. Quello che Larry ancora non sa è che, in seguito ad un antico sortilegio, l’intero edificio di notte prende vita, catapultandolo ben presto nell’esperienza più frenetica ed straordinaria della sua vita…

 

Ispirato all’omonimo libro illustrato per bambini del croato Milan Trenc e diretto da Shawn Levy (The Pink Panther), Una notte al museo si mostra, fin dai notevoli titoli di testa tridimensionali, in perfetta sintonia con ciò che lo spettatore si aspetta: vale a dire, essere strabiliato e divertito.
Il binomio vincente è frutto dell’ottima capacità di Ben Stiller nel proporre la sua irresistibile ironia in un contesto inizialmente anomalo per lui, e degli eccellenti effetti speciali creati dalla Rhythm & Hues. Il tutto condito da un ritmo prorompente che non lascia un attimo di pausa allo spettatore.

 

Capitolo doppiaggio. E’ evidente che la bravura di Stiller perda, in larga parte, il suo valore a causa del doppiaggio italiano (non me ne voglia il doppiatore Vittorio Guerrieri). L’attore si esprime al massimo soprattutto attraverso delle battute appena udibili, e questo aspetto nella versione italiana viene totalmente ignorato. Basti guardare, in entrambe le versioni, la scena in cui Larry viene corretto dalla guida del museo in seguito ad una sua errata affermazione sul presidente Teddy Roosevelt. La differenza è evidente e lampante.
Tuttavia, c’è da applaudire nei confronti della decisione presa dalla società di doppiaggio di munire le miniature dell’Impero Romano di un forte, ma divertentissimo, accento romanesco.

 

Menzione speciale anche per il cast che fa da contorno a Stiller e che contribuisce alla buona riuscita della pellicola. Oltre ad un marginale, ma bravissimo, Robin Williams (Hook; Jumanji), troviamo un trio di stelle d’epoca: Bill Cobbs (Il colore dei soldi) , Mickey Rooney (Colazione da Tiffany) e Dick Van Dyke (Mary Poppins), forti della loro pluriennale esperienza, riescono ad impreziosire maggiormente la pellicola, senza rubare la scena principale.

 

Una notte al museo è un film spassoso e piacevole, ed i numerosi volti sorridenti scorti all’uscita dal cinema ne sono la testimonianza, sono la prova di un divertimento sano e terapeutico.

 

 

LA RICERCA DELLA FELICITA’

 

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TRAMA: Ambientato in una San Francisco d’inizio anni ottanta, questo film racconta la vera storia di un uomo della classe modesta, Chris Garden (Will Smith), nel suo tentativo di ritagliarsi uno spazio ed un tenore di vita decoroso attraverso l’inseguimento del sogno americano menzionato da Thomas Jefferson nella Dichiarazione d’Indipendenza, secondo la quale l’uomo ha diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità.
Costretto ad iscrivere il figlio ad una scuola gestita e frequentata da cinesi, Chris decide di riporre la sua unica risorsa di reddito, rappresentata dalla vendita di uno scanner per misurare la densità ossea, per tentare di entrare a far parte dei 20 partecipanti ad uno stage per il conseguimento di un posto di lavoro come broker finanziario.

 

 

 

Il soggetto de La ricerca della felicità (curato dallo stesso Chris Garden, autore anche dell’omonimo libro) non rappresenta, di certo, una novità per i plots cinematografici. Tuttavia, ci sono diversi aspetti che permettono alla pellicola di ottenere un buon riscontro di critica e di pubblico.
Iniziamo col dire che questo film regge soprattutto sull’ottima interpretazione di Will Smith, perfetto nel calarsi nella parte dell’uomo che lotta contro le difficoltà della vita. Questo brillante e camaleontico attore sfoggia un’ottima espressività dimostrando di essere capace di recitare anche in ruoli insoliti e seri e di meritare pienamente la sua candidatura ai recenti Golden Globe.
Se, però, la bravura dell’ex Principe di Bel Air era del tutto preventivata, la buona prova sostenuta da Jaden Christopher Syre Smith, figlio di Smith anche nella vita reale, è stata una gradevole sorpresa. Il piccolo attore, 8 anni, alla sua prima esperienza cinematografica dopo alcune apparizioni in una serie televisiva, mostra una buona propensione alla recitazione ed un’eccellente disinvoltura nelle parti recitate insieme al padre. In particolare, i dialoghi tra i due sono parsi estremamente naturali ed in grado di suscitare enorme tenerezza.

 

 

 

Buona anche la prova offerta dal regista. Il nostrano Gabriele Muccino riesce a trasmettere, attraverso l’uso di inquadrature ravvicinate che seguono i soggetti in movimento, lo stato di incredibile frenesia in cui volge la vita del protagonista, sempre di corsa, all’inseguimento dell’ingresso in un mondo cinico in grado di chiuderti la porta in faccia senza possibilità di replica. In contrapposizione a tutto ciò, ci mostra i vari volti della felicità attraverso le frequenti panoramiche tra la folla in strada e scorgendo, in questo modo, apparenti segnali di una gioia sospirata.

 

 

 

Notevole la cura delle ambientazioni, con la rappresentazione di un periodo, quello degli anni ottanta, in cui è possibile riconoscere anche un manifesto del film Toro Scatenato sull’insegna di un taxi.

 

 

 

Le musiche, curate da Andrea Guerra, includono numerosi brani strumentali uniti alle canzoni caratterizzate dall’inconfondibile voce di Steve Wonder, come “Jesus Children Of America” e “Higher Ground”.

 

Da segnalare, inoltre, la godibilissima “A Father’s Way” di Seal, che accompagna i titoli di coda, e che rappresenta la seconda candidatura del film ai Golden Globe 2007, come migliore canzone originale.

 

 

 
 

La ricerca della felicità giustifica il primato conseguito nella prima settimana di programmazione nelle sale italiane mostrando una buona e fluida narrazione degli eventi nonché un pizzico di sobria ironia che alleggerisce la trama senza farla regredire.
Inoltre, affronta con stile ed attraverso la migliore interpretazione nella carriera di Will Smith, un argomento relativo ad un problema attuale e che fa riflettere: il problema di una società, quella americana, fredda e sprezzante verso i più deboli in termini economici e disposta ad abbandonarli al proprio destino senza la minima esitazione.

 


COLLEGAMENTI: Sito ufficiale del film

 

 

ROCKY BALBOA

 

 
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TRAMA: Rocky, rimasto vedovo dopo la morte della moglie Adriana, si ritrova a gestire un ristorante italiano in cui intrattiene i clienti raccontando aneddoti riguardanti le sue valorose imprese passate. Il due volte campione del mondo dei pesi massimi, però, sente di avere ancora qualcosa dentro che lo tormenta, di possedere “delle cartucce da sparare” che lo spingono a tornare a calcare il ring per un’ultima volta…

 

Torna Rocky. Torna lo Stallone italiano e, con lui, la scalinata più celebre di Philadelphia. Ritorna cercando di rimediare al deludente quinto capitolo, tentando di mettersi ancora una volta in gioco, per dimostrare che la volontà e la determinazione di un uomo sono in grado di scalfire anche i segni del tempo.

 
 

 

A distanza di 30 anni dall’uscita nelle sale del primo capitolo della saga dedicata allo Stallone italiano, la gente non ha dimenticato ciò che quest’uomo ha rappresentato per loro e per tante generazioni passate. Lo si nota immediatamente: non appena le casse iniziano a diffondere la prima nota del suo celebre tema musicale, la sala del cinema ha cominciato a vibrare e tutti gli spettatori si sono lasciati andare ad un applauso sincero verso il loro beniamino, mentre sullo schermo compariva l’ormai celebre titolo a scorrimento. Qualcuno urla un incoraggiante “Vai Rocky!”. Sembra di essere tornati indietro nel tempo.

 

 

Basta davvero poco però per tornare al presente. Ti basta ascoltare la prima battuta pronunciata dal protagonista per capire che non puoi riportare il grande e compianto Ferruccio Amendola al doppiaggio di Rocky. La differenza è davvero imbarazzante. Probabilmente avrebbero potuto lavorarci di più su questo aspetto, magari cercare qualcuno che si avvicinasse maggiormente a quel tono di voce tanto particolare.

 

L’inizio di Rocky è tutto un ricordo, un lungo viaggio in quella città che sembra non essere stata segnata più di tanto dal tempo. Le ambientazioni sono le stesse: c’è il negozio di animali in cui lavorava un tempo Adriana, c’è l’abitazione del campione e c’è il passaggio della metropolitana sul ponte del ghetto di Philadelphia. C’è anche Paulie, fratello di Adriana, e la sua verve umoristica.

 

 

Gioca con i ricordi, Stallone, attraverso questo lunghissimo pellegrinaggio che il campione compie nei luoghi simbolo della sua storia, nel giorno dell’anniversario della morte della moglie.

 

 

Nonostante gli evidenti segni del tempo sul suo volto, Rocky sembra non aver cambiato il suo modo di fare ed il linguaggio così schietto, spontaneo e genuino che tanto piaceva ai suoi fans. A mio modesto parere, però, il protagonista (nonché regista e sceneggiatore della pellicola) pecca un po’ troppo di retorica, ricorrendo molto spesso a frasi poco convincenti e che sanno di già sentito.
Stallone continua il suo film- celebrazione dedicando una considerevole quantità di tempo al difficile rapporto tra Rocky ed il figlio e all’amicizia che nasce tra lo stesso campione e Marie, quella che un tempo è stata per tutti la ragazzina, accompagnata a casa da Rocky, che lo aveva ripagato mandandolo a quel paese.
E’ forse questa la più grande pecca di questo film: quello di dedicare pochissimo rilievo all’aspetto pugilistico per dar spazio a quello umano. E questo purtroppo non è un bene per un film volto a rispolverare un personaggio datato. Chi di voi ha visto il film avrà sicuramente notato l’esigua clip dedicata al ritorno di Rocky sul ring, aggravata da un’ inadeguata durata di tempo in merito ai progressi conseguiti dal campione in allenamento.

Tutto questo ci porta all’incontro tra Rocky e l’attuale campione dei pesi massimi devastato dall’ego. Di sicuro è questa la parte più esaltante del film, a giudicare anche dai numerosi applausi arrivati dagli spettatori. Curiosa ed indovinata l’idea di mostrare l’incontro come se lo stessero trasmettendo in tv, con tanto di inquadrature, grafica e presentazione in perfetto stile dei pay per view della HBO.

 

 
 

Ho cercato di fare un’analisi disinteressata su questo film, e la cosa mi è costata non poco. Penso di essere il meno indicato ad esprimere un’opinione in merito a questa pellicola. Il mio propendere verso il passato mi induce ad essere fortemente influenzato dall’aspetto nostalgico del film.

 
In conclusione Rocky Balboa si rivela un film commerciale, come ampliamente preventivato. Difficile riproporre atmosfere ormai passate, pertanto, questo Rocky del nuovo millennio sembra essere un piccolo pesciolino rosso, in un mondo ormai abituato agli squali ed ai pescecani. Ed il suo disagio è evidente.

APOCALYPTO

 

Apocalypto Poster

 
Apocalypto si presenta così come lo si aspettava, estremamente crudo nel mostrare le fasi di caccia ad un tapiro da parte di un gruppo di giovani Maya. D’altronde il regista ha voluto mettere da subito le cose in chiaro con lo spettatore, preparandolo a ciò che lo avrebbe atteso nel corso delle quasi 2 ore e mezza del film.
La fase iniziale è dedicata alla descrizione, in alcuni frangenti in chiave ironica e romantica, del villaggio e del modo di vivere dello stesso gruppo di indigeni. E’ proprio questo metodo utilizzato da Gibson nel descrivere le abitudini dei Maya attraverso l’utilizzo di sentimentalismi che porta lo spettatore a sentirsi legato ad essi.

 

E questo mi induce a parlare della regia, di sicuro una delle note positive del film: malgrado la disturbante e, forse, eccessiva violenza mostrata, bisogna dar atto a Gibson dell’eccellente capacità di coinvolgere gli spettatori, capacità che permette di immergersi totalmente in ciò che sta accadendo sullo schermo. Inoltre è apprezzabile la cura quasi maniacale (togliamo pure il quasi) dei particolari, attraverso inquadrature come quelle utilizzate durante la scena dell’eclissi e dei sacrifici umani vissuti dagli occhi degli immolati, nonché attraverso un’impeccabile precisione riscontrata negli ottimi costumi e nelle scenografie.

 

La sceneggiatura ritrae il passato della civiltà dei Maya, seppur in maniera storicamente molto superficiale, mostrando la vicenda di una popolazione che vede distrutto il proprio villaggio da una popolazione nemica e si ritrova prigioniera ed in preda alla paura ed alla disperazione.
In effetti il film può essere suddiviso in due parti: la prima concernente le ore di agonia di questo popolo spaventato ed in attesa del proprio destino; ed una seconda parte incentrata sul tentativo di uno dei prigionieri, un uomo nei cui occhi è evidente la paura per ciò che ha vissuto, ma anche la voglia di lottare e l’amore nei riguardi della propria donna.

 

 

Ottima anche la conclusione della pellicola con la chiusura del cerchio che ci riporta alla frase d’apertura del film, una citazione dello storico W. Durant secondo la quale “Una grande civiltà viene conquistata dall’esterno solo quando si è distrutta dall’interno”.

 
 
Personalmente ho trovato questa pellicola molto avvincente. La considerevole durata non ha per nulla gravato sull’interesse degli spettatori in sala, così come non ha pesato l’idea di far recitare il cast in lingua Yucateca con la traduzione affidata ai sottotitoli.
Onestamente ho preferito il primo segmento del film, perchè ritengo che con il proseguo della trama il film perda un po’ quel grande senso di realtà che viene mostrato precedentemente per dar spazio a delle scene tanto adrenaliniche quanto inverosimili.
Capitolo violenza: devo dire che trovo inspiegabile la decisione iniziale da parte della censura di concedere la visione a tutti. Il film è molto violento, ed il divieto ci sta tutto, anche se è pur vero che proprio quest’ostentazione della violenza ha permesso ad Apocalypto di avere una maggiore parvenza di realtà. In conclusione, quindi, non sono tanto critico nei confronti delle scene crude, quanto per l’eccessivo pateticismo e la continua ricerca da parte del regista di suscitare pena nei confronti dei protagonisti.

 

ERAGON

 
Eragon
 
Tratto dal libro omonimo di Christopher Paolini, il primo della Trilogia dell’eredità, il film narra del giovane orfano, Eragon, e della scoperta di un misterioso e strano oggetto, apparentemente simile ad una pietra, che si rivelerà poi essere un uovo di drago.

 

 

 

Premesso che non ho mai letto il libro di Paolini, questo nuovo Fantasy, prodotto dalla 20th Century Fox, non mi ha convinto a pieno. In primo luogo, la pessima scelta di affidare ad Ilaria D’Amico il doppiaggio in italiano del drago Saphira. Personalmente trovo che l’idea stoni non poco e, dal momento che le differenze tra libro e film abbondano (VEDI), avrei optato per una grossa voce maschile per il fantomatico rettile volante, in luogo di una poco affine voce femminile. Inoltre, ho notato che le scene, specie quelle iniziali, sono dei brevi segmenti montati davvero male tra loro, il che ha reso ancor meno fluido il corso della storia.
Riguardo gli aspetti del genere Fantasy, penso che la varietà dei mostri offerta da questa pellicola sia davvero molto povera, così come le loro sembianze poco caratteristiche.

 

 

Poche le note positive: l’ottima interpretazione dell’attore Jeremy Irons (Die Hard – Duri a Morire) e le ambientazioni delle campagne ungheresi che hanno fatto da scenario alla terra immaginaria di Alagaèsia: discrete ma comunque lontane dalla disarmante bellezza offerta dalle distese infinite della Nuova Zelanda nella trilogia de Il Signore degli Anelli.

 
 
Nel complesso un film che mi ha lasciato del tutto indifferente. Lo rivedrò, sperando che decolli nei capitoli successivi della trilogia.